Le lettere pastorali

“Le lettere pastorali hanno giocato un ruolo importante nella storia
della chiesa cristiana: la loro inclusione nel canone neotestamentario
è ampiamente giustificata. Il loro fascino risiede nella combinazione di
validi consigli pratici e asserzioni teologiche, rivelatasi di inestimabile
valore per i credenti, sia a livello personale sia collettivo”.
− Donald Guthrie

Introduzione 

I. Significato della definizione “lettere pastorali” Con il termine “lettere pastorali” si suole definire, sin dal 1700, la Prima e la Seconda lettera a Timoteo e la Lettera a Tito. Tale definizione può essere utile o fuorviante, a seconda della chiave di lettura. È utile se suggerisce che le lettere contengono consigli pratici riguardo alla cura pastorale del gregge del Signore. Non è corretto, invece, dedurne che Timoteo e Tito furono costituiti guide religiose (l’equivalente degli attuali pastori) rispettivamente delle chiese di Efeso e di Creta. In coda alle lettere le antiche edizioni della King James Bible (la traduzione del Re Giacomo) riportavano note che hanno condotto a questo errore storico. Alla fine di 2 Timoteo, per esempio, si trova questa aggiunta non ispirata: La Seconda lettera a Timoteo, ordinato primo vescovo della chiesa di Efeso, fu scritta da Roma, dove Paolo fu condotto davanti a Nerone per la seconda volta. Alla fine della Lettera a Tito è presente questa nota:

Fu scritta a Tito, ordinato primo vescovo della chiesa di Creta, da Nicopoli di Macedonia. Albert Barnes, anch’egli ecclesiastico, difficilmente può essere accusato di essere prevenuto allorché commenta: Non vi è alcuna prova che Tito fu il primo vescovo della chiesa di Creta, o che fu il primo cui possa attribuirsi giustamente l’appellativo scritturale di “vescovo”. In effetti, abbiamo la prova dell’esatto contrario, giacché Paolo, che era insieme a lui, aveva “lasciato” Tito a Creta per completare quanto l’apostolo aveva iniziato. Non ci sono prove che Tito fosse “vescovo” nel senso “prelatizio” del termine e neppure che svolgesse un servizio permanente di pastore. Queste dichiarazioni sono completamente destituite di autorità e talmente piene di errori che da tempo sono state omesse dalle varie versioni della Bibbia. Non fanno parte degli scritti ispirati, trattandosi bensì di “note e commenti”, ma continuano a contribuire, forse molto, alla perpetuazione dell’errore. L’opinione che Tito e Timoteo fossero “vescovi prelatizi”, l’uno a Efeso l’altro a Creta, dipende molto più da queste appendici senza valore che da qualsiasi particolare rinvenuto nelle lettere stesse. Infatti, nelle lettere non c’è alcuna prova a tale proposito e, se tali note fossero rimosse, nessuno, basandosi sul Nuovo Testamento, potrebbe supporre che i due abbiano retto tale ufficio.(1)

Fortunatamente tali note sono state eliminate dalle versioni moderne del N.T., sebbene l’errore che hanno generato sia duro a scomparire. Paolo inviò Timoteo e Tito alle chiese in missioni temporanee per istruire i credenti e metterli in guardia dai falsi insegnamenti. Poiché tutti gli studiosi della Bibbia concordano sul fatto che queste tre lettere sono state scritte nello stesso periodo e dalla stessa mano, tratteremo unitamente l’argomento concernente la loro paternità e la loro autenticità.

II. Autore delle lettere pastorali

Fino al 1804, allorché Schmidt negò che Paolo avesse scritto queste lettere, l’intera chiesa e perfino i non credenti le accettavano come autentiche missive del grande apostolo. Da quel momento è diventato sempre più comune etichettare questi scritti come dei “falsi”, benché “pii” (come se la frode potesse andare a braccetto con la pietà!). La maggior parte degli studiosi liberali e alcuni conservatori hanno difficoltà ad accettare i libri come totalmente e genuinamente paolini. Poiché presentano molti importanti insegnamenti su come guidare una chiesa e altre dottrine degne di nota, inclusi gli avvertimenti contro gli eretici e l’incredulità degli ultimi giorni, sentiamo la necessità di fornire maggiori particolari sull’autenticità di queste lettere che non su quella delle altre, a esclusione di 2 Pietro.

III. Prova estrinseca

A tale riguardo, la prova estrinseca è talmente convincente che, se fosse il solo criterio per la loro accettazione o negazione, le lettere sarebbero accolte senza discussioni come parte dell’epistolario paolino. Ireneo fu il primo autore noto a citare direttamente queste epistole. Tertulliano e Clemente di Alessandria le attribuirono a Paolo, così come il Canone Muratoriano. Fra i primi padri della chiesa che sembrano aver conosciuto le lettere troviamo Policarpo e Clemente di Roma. Secondo Tertulliano, Marcione non incluse questi tre libri nel suo “canone”. Probabilmente questo non è un punto a sfavore della loro autenticità quanto, piuttosto, dei loro contenuti. Marcione era una sorta di dissidente, risentito dai duri attacchi di Paolo all’incipiente gnosticismo (vd. Introduzione a Colossesi), presenti nelle lettere pastorali. I brani che questo eretico antisemita avversava comprendevano, in particolare, 1 Ti 1:8; 4:3; 6:20 e 2 Ti 3:16-17.

IV. Prova intrinseca

Quasi tutti gli attacchi all’autorità paolina delle lettere pastorali sono basati su prove che si troverebbero all’interno delle lettere stesse. Queste presunte prove sarebbero riscontrabili, principalmente, su tre livelli: storico, ecclesiastico e linguistico. Esamineremo e spiegheremo brevemente ciascuno di essi. Problema storico. Diversi eventi e personaggi di questi scritti non si armonizzano con quanto riportato nel libro degli Atti o con le informazioni relative al ministero di Paolo derivanti dalle altre lettere. Paolo sta lasciando Trofimo malato a Mileto, mentre i cenni al suo mantello e alle sue pergamene non corrispondono alle notizie che ci restano dei viaggi di cui siamo a conoscenza. Queste argomentazioni sono facilmente confutabili. Sì, è vero, tali aspetti non coincidono con Atti, ma non ne hanno bisogno. Fl 1:25 suggerisce che Paolo si aspettava di essere rilasciato. Inoltre, secondo la tradizione cristiana, fu liberato e proseguì il suo ministero per alcuni anni prima di essere nuovamente imprigionato e infine decapitato. Gli eventi, gli amici e i nemici menzionati nelle pastorali appartengono dunque a questo periodo di opera missionaria compreso tra le due prigionie. Problema ecclesiastico. Si osserva, comunemente, che le chiese presero a organizzarsi in pianta stabile in un periodo successivo a Paolo, vale a dire dal II sec. Nelle pastorali si discute di vescovi, anziani e diaconi, ma non ci sono prove che fossero il tipo di vescovi “monarchici” del II sec. e dei successivi. Infatti Fl 1:1, una lettera scritta in precedenza, parla di una pluralità di vescovi (sorveglianti) in una chiesa, non di un vescovo a capo di una chiesa né, tanto meno, di un vescovo a capo di più chiese. Inoltre, Timoteo e Tito usano i termini anziani e vescovi come sinonimi laddove, a partire dal II sec., dietro pressione di Ignazio, fu scelto un “vescovo” perché fosse al di sopra degli “anziani”. L’insegnamento basilare sulle guide della chiesa ci riporta chiaramente all’età apostolica, non al II sec. Problema linguistico. L’attacco più energico fa leva sulle differenze stilistiche e lessicali tra queste tre lettere e le altre dieci attribuite a Paolo. Qui non sono presenti alcune delle parole e delle espressioni preferite di Paolo, mentre troviamo molti termini non utilizzati nelle altre lettere (36% di termini nuovi). Si ricorre alla metodologia statistica per “provare” che Paolo “non” avrebbe potuto scrivere queste lettere (lo stesso metodo ha sfidato con risultati altrettanto negativi le composizioni poetiche di Shakespeare). È bene riconoscere che si tratta di problemi reali. Per una volta le teorie non sono del tutto basate sul pregiudizio contro quella parte della dottrina scritturale non gradita (ad ogni modo, gli “apostati degli ultimi giorni” attaccati dalle pastorali ci ricordano in modo sorprendente quegli studiosi che insistono nel sostenere che Paolo non ne è l’autore). In primo luogo, è importante ricordare che queste sono le lettere di un uomo di età avanzata, che si trova faccia a faccia con la morte, che ha viaggiato in lungo e in largo e incrementato il numero delle amicizie sin dal rilascio dalla prigione (2 Timoteo è stata scritta al tempo del suo secondo arresto). Con l’età, la lettura, i viaggi e la frequentazione di gente nuova, chiunque può arricchire il proprio vocabolario. In secondo luogo, dobbiamo tener presente che gli argomenti trattati in queste lettere (responsabili di chiesa, etica e apostasia) richiedono, automaticamente, terminologie differenti. Inoltre, queste lettere sono troppo brevi per consentire un uso corretto del metodo statistico. Forse è ancora più significativo il fatto che, come precisa Guthrie nella sua Introduzione, l’80% della terminologia neotestamentaria ricorrente soltanto nelle pastorali si trova nell’A.T. greco (V. dei LXX). Poiché Paolo predicava la Parola di Dio in greco, è evidente che conosceva l’A.T. tanto in questa lingua quanto nell’originale ebraico. In breve, i termini che si presumono inediti per Paolo farebbero parte, quanto meno, della sua “terminologia identificativa”. I padri della chiesa che usavano il greco nel linguaggio di ogni giorno non mettevano in dubbio la paternità paolina delle pastorali (il fatto che alcuni di loro, invece, nutrissero dei dubbi circa la Lettera agli Ebrei è indice di sensibilità allo stile di uno scrittore). Mettendo insieme tutte le risposte date alle varie argomentazioni e affiancandole all’antico, universale consenso dei credenti ortodossi che riconoscevano queste lettere come opera di Paolo, anche noi possiamo accettarle come tali in buona coscienza. Infatti il contenuto altamente etico di queste missive esclude l’intervento di un falsario, “pio” o meno. Sono parole ispirate di Dio (vd. 2 Ti 3:16-17) comunicate attraverso l’apostolo.

V. Contesto e temi delle lettere pastorali

In verità, non possediamo molte informazioni sul periodo della vita in cui Paolo scrisse queste lettere. La soluzione migliore consiste nel collegare i dati biografici, per quanto incerti, che troviamo nelle missive stesse. I differenti termini e argomenti che qui ricorrono frequentemente ci illuminano sui pensieri che iniziavano a monopolizzare la mente di Paolo a mano a mano che il suo ministero si avviava alla fine. Una delle parole chiave è fede. Poiché cresceva il rischio di apostasia, Paolo cercava di dare un assetto ordinato al grande sistema della dottrina cristiana che era stato consegnato ai santi. Così egli descrisse i vari atteggiamenti che gli uomini avevano assunto, o avrebbero assunto, nei confronti della fede. 1. Alcuni avevano fatto naufragio quanto alla fede (vd. 1 Ti 1:19). 2. Alcuni si sarebbero allontanati dalla fede (vd. 1 Ti 4:1). 3. Alcuni avrebbero rinnegato la fede (vd. 1 Ti 5:8). 4. Alcuni avrebbero abbandonato l’impegno precedente (la “prima fede” vd. 1 Ti 5:12). 5. Alcuni si sarebbero sviati (vd. 1 Ti 6:10). 6. Alcuni si sarebbero allontanati dalla fede (vd. 1 Ti 6:21). Alla fede è, chiaramente, connessa l’espressione “sana dottrina”. Qui, l’aggettivo “sano” ha un significato che trascende quello di “corretto” o “ortodosso”. “Sano” significa “salutare” o “che dà salute” e deriva dalla medesima radice greca del sostantivo “igiene” (in questo caso, ovviamente, si tratta di igiene spirituale). Consideriamo quanto segue: - dottrina sana (vd. 1 Ti 1:10; 2 Ti 4:3; Tt 1:9; 2:1); - parole sane (vd. 1 Ti 6:3, 2 Ti 1:13); - essere sani nella fede (vd. Tt 1:13; 2:2); - linguaggio sano (vd. Tt 2:8). La parola coscienza è menzionata sei volte: - 1 Timoteo 1:5, 19; 3:9; 4:2; - 2 Timoteo 1:3; - Tito 1:15. La pietà è esaltata come prova pratica della sana dottrina di un credente: - 1 Ti 2:2, 10; 3:16; 4:7-8; 5:4; 6:3, 5-6, 11; - 2 Ti 3:5 (l’apparenza della pietà); 3:12; Tt 1:1; 2:12. La sobrietà o la mente sobria è una qualità che l’apostolo considera meritevole di essere coltivata dai suoi giovani collaboratori: 1 Ti 2:9, 15; 5:6, 8; 2 Ti 3:2, 11; Tt 1:8; 2:2, 4, 6, 12. Dovremmo tenere conto anche delle numerose buone cose che l’apostolo menziona: - una buona coscienza (vd. 1 Ti 1:5, 19); - la legge è buona (vd. 1 Ti 1:8); - la buona battaglia (vd. 1 Ti 1:18); - la preghiera è buona (vd. 1 Ti 2:3); - le opere buone (vd. 1 Ti 2:10; 3:1; 5:10, 25; 6:18; 2 Ti 2:21; 3:17; Tt 1:16; 2:7, 14; 3:1, 8, 14); - un buon comportamento (vd. 1 Ti 3:2); - una buona testimonianza (vd. 1 Ti 3:7); - una buona reputazione (vd. 1 Ti 3:13); - tutto quel che Dio ha creato è buono (vd. 1 Ti 4:4); - un buon ministero (vd. 1 Ti 4:6); - la buona dottrina (vd. 1 Ti 4:6); - la devozione (vd. 1 Ti 5:4); - il buon combattimento della fede (vd. 1 Ti 6:12; 2 Ti 4:7); - una bella confessione (vd. 1 Ti 6:13); - un tesoro ben fondato (vd. 1 Ti 6:19); - cose buone (vd. 2 Ti 1:14; Tt 2:3; 3:8); - un buon soldato (vd. 2 Ti 2:3); - essere una buona persona (vd. Tt 1:8; 2:5); - la lealtà è perfetta (vd. Tt 2:10). Un interessante studio semantico finale riguarda la presenza, in queste lettere, di termini medici (probabilmente, all’epoca, Paolo fu influenzato dalla vicinanza di Luca, medico di professione). Abbiamo già ricordato che l’aggettivo “sano” significa “che dà la salute” e, in virtù di ciò, è usato per definire la dottrina, le parole, il linguaggio e la fede. In 1 Ti 4:2 Paolo parla di una coscienza segnata da un marchio. Il termine utilizzato fa riferimento alla cauterizzazione con uno strumento incandescente. L’espressione “si fissa su questioni e dispute” indica ossessione e si richiama alle malattie mentali (vd. 1 Ti 6:4). La “cancrena” di 2 Ti 2:17 è la traduzione di un termine greco molto simile come suono e dallo stesso significato. “Prurito di udire” (vd. 2 Ti 4:3) è l’espressione finale di cui si avvale Paolo nella sua diagnosi di questi casi clinici da “ultimi giorni”. Con queste informazioni dedichiamoci ora alla Prima lettera a Timoteo per uno studio sistematico dei suoi contenuti, versetto per versetto.


NOTE 1 Albert Barnes, Notes on the New Testament: Thessalonians, Timothy, Titus, Philemon, p. 289.